Il poeta e l'incendiario

21 Oct 2020 - MDA DS

Mi sono finalmente deciso a riprendere in mano uno dei libri prediletti e a scrivere di uno degli autori preferiti dei miei 19 anni.

Parlo ovviamente, come può dedurre dal titolo chi già conosce l’argomento, di Aldo Palazzeschi.
In particolare parlo del palazzeschi futurista, periodo di produzione poetica e prosaica abbastanza ben definito.

Infatti il periodo futurista di Palazzeschi si può inquadrare piuttosto precisamente tra il 1909 e il 1915.
Nel 1909 inizia il rapporto editoriale con Marinetti, il leader e creatore del movimento futurista, che porta alla pubblicazione di una raccolta di poesie che sarà tra i capissaldi della produzione futurista e proietterà in un attimo il suo autore nella prima linea del movimento: appunto “L’Incendiario”; Seguiranno successivamente il romanzo1 “il Codice di Perelà” e il manifesto, com’era di moda presso i futuristi, “il Controdolore”, che insieme cristallizzeranno ancora meglio i motivi fondamentali del periodo avanguardista Palazzeschiano, del tutto particolare e personale.
Nel 1915 poi si concretizza il distacco ufficioso dal movimento, presagito dalla posizione non convinta di Palazzeschi nei confronti della guerra, ombra di anti-interventismo che gli impedirà di incontrare l’entusiasmo di Marinetti e dei suoi.

E proprio su “l’Incendiario” mi focalizzerò qui, in quanto rappresenta molto bene la collisione tra lo stile e i temi di Palazzeschi e i modi dirompenti e anche un po’ invasivi dell’editoria marinettiana.
E quale modo migliore di cominciare che vedere subito qualche esempio:

L’Incendiario

In mezzo alla piazza centrale
del paese
è stata posta la gabbia di ferro
con l’incendiario.
Vi rimarrà tre giorni
perché tutti lo possano vedere.
Tutti si aggirano torno torno
all’enorme gabbione,
durante tutto il giorno,
centinaia di persone.

-Guarda un pochino dove l’ànno messo!
-Sembra un pappagallo carbonaio.
-Dove lo dovevano mettere?
-In prigione addirittura.
-Gli sta bene di far questa bella figura!
-Perché non gli avete preparato
un appartamento di lusso,
così bruciava anche quello!
-Ma nemmeno tenerlo in questa gabbia!
-Lo faranno morir di rabbia!
-Morire! È uno che se la piglia!
-È più tranquillo di noi!
-Io dico che ci si diverte.
-Ma la sua famiglia?
-Chi sa da che parte di mondo è venuto!
-Questa robaccia non à mica famiglia!
-Sicuro, è roba allo sbaraglio!
-Se venisse dall’inferno?
-Povero diavolaccio!
-Avreste anche compassione?
Se v’avesse bruciata la casa
non direste così.
-La vostra l’à bruciata?
-Se non l’à bruciata
poco c’è corso.
À bruciato mezzo mondo
questo birbaccione!
-Almeno, vigliacchi, non gli sputate addosso,
infine è una creatura!
-Ma come se ne sta tranquillo!
-Non à mica paura!
-Io morirei dalla vergogna!
-Star lì in mezzo alla berlina!
-Per tre giorni!
-Che gogna!
-Dio mio che faccia bieca!
-Che guardatura da brigante!
-Se non ci fosse la gabbia
io non ci starei!
-Se a un tratto si vedesse scappare?
-Ma come deve fare?
-Sarà forte quella gabbia?
-Non avesse da fuggire!
-Dai vani dei ferri non potrà passare?
Questi birbanti si sanno ripiegare
in tutte le maniere!
-Che bel colpo oggi la polizia!
-Se non facevan presto a accaparrarlo,
ci mandava tutti in fumo!
-Si meriterebbe altro che berlina!
-Quando l’ànno interrogato,
à risposto ridendo
che brucia per divertimento.
-Dio mio che sfacciato!
-Ma che sorta di gente!
-Io lo farei volentieri a pezzetti.
-Buttatelo nel fosso!
-Io gli voglio sputare
Un’altra volta addosso!
-Se bruciassero un po’ lui
perché ridesse meglio!
-Sarebbe la fine che si merita!
-Quando sarà in prigione scapperà,
è talmente pieno di scaltrezza!
-Peggio d’una faina!
-Non vedete che occhi che à?
-Perché non lo buttano in un pozzo?
-Nel cisternone del comune!
-E ci sono quelli
che avrebbero pietà!
-Bisogna esser roba poco pulita
per aver compassione
per questa sorta di persone!

Largo! Largo! Largo!
Ciarpame! Piccoli esseri
dall’esalazione di lezzo,
fetido bestiame!
Ringollatevi tutti
il vostro sconcio pettegolezzo,
e che vi strozzi nella gola!
Largo! Sono il poeta!
Io vengo di lontano,
il mondo ò traversato,
per venire a trovare
la mia creatura da cantare!
Inginocchiatevi marmaglia!
Uomini che avete paura del fuoco,
poveri esseri di paglia!
Inginocchiatevi tutti!
Io sono il sacerdote,
questa gabbia è l’altare,
quell’uomo è il Signore!

Il Signore tu sei,
al quale rivolgo,
con tutta la devozione
del mio cuore,
la più soave orazione.
A te, soave creatura,
giungo ansante, affannato,
ò traversato rupi di spine,
ò scavalcato alte mura!
Io ti libererò!
Fermi tutti, v’ò detto!
Tenete la testa bassa,
picchiatevi forte nel petto,
è il confiteor questo,
della mia messa!
T’ànno coperto d’insulti
e di sputacchi,
quello sciame insidioso
di piccoli vigliacchi.
Ed è naturale che da loro
tu ti sia fatto allacciare:
quegl’insetti immondi e poltroni,
sono lividi di malefica astuzia,
circola per le loro vene
il sangue verde velenoso.
E tu grande anima
non potevi pensare
al piccolo pozzo che t’avevan preparato,
ci dovevi cascare.
Io ti son venuto a liberare!
Fermi tutti!
Ti guardo dentro gli occhi
per sentirmi riscaldare.

Rannicchiato sotto il tuo mantello
tu sei senza parole,
come la fiamma: colore, e calore!
E quel mantello nero
te l’àn gettato addosso
gli stolidi uomini vero,
perché non si veda che sei tutto rosso?
Oppure te lo sei gettato da te,
per ricuoprire un poco
l’anima tua di fuoco?
Che guardi all’orizzonte?
Se s’alza una favilla?
Dimmi, non sei riuscito a trafugare
l’ultimo zolfino?
Ti si legge negli occhi!
Ma ti saltan dagli occhi le faville,
a cento, a cento, a mille!
Tu puoi cogli occhi
bruciare tutto il mondo!
T’à creato il sole,
che bruci al sol guardarti?

Quando tu bruci
tu non sei più l’uomo,
il Dio tu sei!
Mi sento correr per le vene un brivido.
Ti vorrei vedere quando abbruci,
quando guardi le tue fiamme;
tutte quelle bocche,
tutte quelle labbra,
tutte quelle lingue,
non vengono a baciarti tutte?
Non sono le tue spose
voluttuose?
Bello, bello, bello… e Santo!
Santo! Santo!
Santo quando pensi di bruciare,
Santo quando abbruci,
Santo quando le guardi
le tue fiamme sante!

E voi, rimasti pietrificati dall’orrore,
pregate, pregate a bassa voce,
orazioni segrete.
Anch’io lo sai, sono un incendiario,
un povero incendiario che non può bruciare,
e sono come te in prigione.
Sono un poeta che ti rende omaggio,
da povero incendiario mancato,
incendiario da poesia.
Ogni verso che scrivo è un incendio.
Oh! Tu vedessi quando scrivo!
Mi par di vederle le fiamme,
e sento le vampe, bollenti
carezze al mio viso.
Incendio non vero
è quello che scrivo,
non vero seppure è per dolo.
Àn tutte le cose la polizia,
anche la poesia

Là sopra il mio banco ove nacque,
il mio libro, come per benedizione
io brucio il primo esemplare,
e guardo avido quella fiamma,
e godo, e mi ravvivo,
e sento salirmi il calore alla testa
come se bruciasse il mio cervello.
Come mi sento vile innanzi a te!
Come mi sento meschino!
Vorrei scrivere soltanto per bruciare!

Nel segreto delle mie stanze
passegio vestito di rosso,
e mi guardo in un vecchio specchio,
pieno di ebbrezza,
come fossi una fiamma,
una povera fiamma che aspetta…
il tuo riflesso!
Fuori vado vestito di grigio,
ovvero di nessun colore,
c’è anche per le vesti la polizia,
come per le parole.
E quella per il fuoco
è tremenda, accanita,
gli uomini ànno orrore delle fiamme,
gli uomini seri,
per questo ànno inventato i pompieri.

Tu mi guardi, senza parlare,
tu non parli,
e i tuoi occhi mi dicono:
uomo, poco farai tu che ciarli.
Ma fido in te!
T’apro la gabbia và!
Guardali, guardali, come fuggono!
Sono forsennati dall’orrore,
la paura gli à tutti impazzati.
Potete andare, fuggite, fuggite,
egli vi raggiungerà!
E una di queste mattine,
uscendo dalla mia casa,
fra le consuete catapecchie,
non vedrò più le vecchie
reliquie tarlite,
così gelosamente custodite
da tanto tempo!
Non le vedrò più!
Avrò un urlo di gioia!
Ci sei passato tu!
E dopo mi sentirò lambire le vesti,
le fiamme arderanno
sotto la mia casa…
griderò, esulterò,
m’avrai dato la vita!
Io sono una fiamma che aspetta!
Và, passa fratello, corri, a riscaldare
la gelida carcassa
di questo vecchio mondo!

La poesia che da nome alla raccolta è chiaramente una delle più interessanti, a parte per le motivazioni stilistiche, sulle quali ci soffermeremo dopo, per la sua storia editoriale incerta; Si sa infatti che la raccolta prima dell’incontro con Marinetti doveva chiamarsi “Sole Mio”, titolo che assume un’enorme portata tematica man mano che si avanza con la lettura, dove questa idea del sole riemerge più volte, in particolare nelle tre poesie “la Regola del Sole”, “le Carovane” e “la Città del Sole Mio”, interconnesse da questa figura fondamentale, che mette in relazione diretta i tre componimenti, dove questo sole diventa una allegoria della realtà personale del poeta rispetto a quella della società che lo circonda, una realtà di fondo estremamente malinconica e crepuscolare2 che si cela al resto del mondo, il quale non può accedervi, e viceversa.
Realtà che resta quindi celata dietro il viso del gioco e della beffa, l’unico con cui il poeta trova il modo di rapportarsi col mondo.

Titolo dicevamo quindi che manteneva un’ampia coerenza col complesso dell’opera e che è stato cambiato probabilmente in accordo con Marinetti stesso, cui la poesia di cui sopra sarà tra l’altro dedicata leggendosi ad incipit “A F.T. MARINETTI \ anima della nostra fiamma.”, in modo concordante con l’impatto editoriale voluto dal leader futurista, che tra le altre cose metterà in prefazione alla raccolta ben 72 pagine di elogio alla prima serata futurista di Trieste, cui partecipò lo stesso Palazzeschi, che dedicherà alla serata la poesia “Villa Celeste”, la seconda della raccolta.
Non si sa tuttavia se il componimento omonimo fosse già presente o sia stato composto nel periodo tra il primo incontro con Marinetti e la pubblicazione3.

Stilisticamente ci sarebbero da dire tantissime cose sul componimento: in primis rappresenta un punto d’incontro tra i dinamici e altisonanti modi dei futuristi, che si accingevano a inaugurare la loro prima stagione creativa, e l’usuale poetica palazzeschiana, con testi lunghi e prosaici, come dicevamo in stile crepuscolare, con molte suggestioni religiose e con un moto isolazionista da parte dell’autore ben espresso dall’espediente della folla che chiacchiera, figura che si ripresenta più volte nella raccolta e nell’opera succesiva e che crea questo senso senso di massa indistinta e omogenea, impenetrabile per gli altri personaggi della narrazione e per il lettore stesso, enfatizzando un senso di estraneazione, nel caso specifico, per le due figure del poeta e dell’incendiario.

Poeta e incendiario che rappresentano due volti della stessa faccia e tuttavia distinti: Il poeta, che potrebbe rappresentare Palazzeschi stesso, si pone in una posizione mediana rispetto all’incendiario, bruciante ma incapace di bruciare fino in fondo e quindi, nonostante il grande elogio della creatura futurista rappresentata dal piromane, il matto e il distruttore, tutte immagini che vedremo anche in “Uccidiamo il Chiaro di Luna!” di Marinetti, resta di sottofondo una adesione ancora incompiuta di Palazzeschi, che appare come un ammiratore, nella sua metafora di sacerdote, di questo dinamismo dirompente e bruciante, tuttavia intenzionato a bruciare fino in fondo.

In un certo senso quindi questa poesia e il titolo che porta e che si sovrappone alla raccolta tutta pare rappresentare una forte presa di coscienza di Palazzeschi, che dopo due raccolte edite solo negli ambienti familiari di Firenze e a nome del suo gatto4 pare prendere coraggio e proiettarsi più in là verso una più folta realtà e comunità che vuole reinventare la letteratura e attraverso cui Palazzeschi stesso si reinventa, come vedremo meglio proseguendo nell’analisi, accostando al suo crepuscolarismo tutto il suo particolarissimo inno del gioco e del riso che rende il suo stile tanto unico, sia tra i futuristi che al di fuori di essi.

Passiamo ad un altro pezzo iconico:

Lasciatemi Divertire!

Tri tri tri,
fru fru fru,
ihu ihu ihu,
uhi uhi uhi!
Il poeta si diverte,
<pazzamente,
smisuratamente!
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.

Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!
Cosa sono queste indecenze,
queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche!
Sono la mia passione.

Farafarafarafa,
Tarataratarata,
Paraparaparapa,
Laralaralarala!
Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la spazzatura
delle altre poesie.

Bubububu,
Fufufufu
Friu!
Friu!
Ma se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?

Bilobilobilobilobilo,
blum!
Filofilofilofilofilo,
flum!
Bilolù. Filolù.
U.
Non è vero che non voglion dire,
voglion dire qualcosa.
Voglion dire….
come quando uno
si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace fare.

Aaaaa!
Eeeee!
Iiiii!
Ooooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!
Ma giovinotto,
ditemi un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con così poco
tenere alimentato
un sì gran foco?

Huisc…. Huiusc….
Sciu sciu sciu,
koku koku koku.
Ma come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate in giapponese.

Abì, alì, alarì.
Riririri!
Ri.
Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi è bene che non la finisca.
Il divertimento gli costerà caro,
gli daranno del somaro.

Labala
Falala
Falala
eppoi lala
Lalala lalala.
Certo è un azzardo un po’ forte,
scrivere delle cose così,
che ci son professori oggidì
a tutte le porte.

Ahahahahahahah
Ahahahahahahah
Ahahahahahahah.
Infine io ò pienamente ragione,
i tempi sono molto cambiati,
gli uomini non dimandano
più nulla dai poeti,
e lasciatemi divertire!

L’importanza di questo pezzo è chiara subito se lo si intende, complice anche la posizione assolutamente mezzana e di passaggio tra una prima e seconda parte della raccolta, come quasi un manifesto di questa evoluzione stilistica del poeta, dove spicca l’attenzione per il gioco, il suono e l’irriverenza, e la rinuncia ad un chiaro o importante messaggio, che lascia spazio al puro e semplice svago dell’autore, alla faccia del publico, comunque troppo perbene ed imborghesito per prestargli realmente interesse.
Si potrebbe quasi dire che la morale della poesia sia nell’affermazione della futilità di una morale, che quindi viene estromessa, e con essa le costrizioni della poesia precedente, che lasciano spazio ai versi liberi e rimati “ad orecchio” e a gusto del poeta e diventano, in questo suo esempio estremo, un esercizio di stile non-stile.

Eppure in verità l’espediente qui delineato da Palazzeschi ha una portata ben più ampia, giacché questo ridere e divertirsi che il poeta invoca non è con il pubblico o nonostante il pubblico, ma esattamente alla faccia del pubblico; Rappresenta il passaggio formidabile all’offensiva della sensibilità delineata nelle poesie antecedenti e che anticipia appieno le tematiche ed idee del controdolore.

In questa sua struttura sequenziale e narrativisticamente interconnessa “l’Incendiario” rappresenta tutta la sua potenza espressiva e innovativa, nell’ambito della poetica palazzeschiana e non solo, laddove il primo blocco narrativo racconta la realtà del poeta in modo interiorizzato che, passando attraverso l’illuminazione di “Lasciatemi Divertire!”, si trasforma o, più precisamente, si riforma, nei mezzi e nei modi, sfociando nel secondo blocco narrativo, quello del mio castello, a sua volta delineato in due forme fondamentali: la prima in cui l’autore ci descrive la sua necessità di cambiare, aria e non solo, e si ripresenta a noi gradualmente, ci narra, in un certo senso, la sua nuova realtà; La seconda in cui accosta questa sua realtà a quella usuale della società, delineando e costruendo una esistenza al rovescio rispetto alla realtà della società borghese, anche in questo preludio al controdolore.

Passiamo ad un’altra poesia, per così dire di mezzo, che spesso ho considerato tra le mie preferite della raccolta:

La Mano

Tutti sapete bene
che cosa sia una mano.
Una mano!
Chi è che non l’à vista?
Ma non potete sapere
in che consista
una mano che non s’è mai vista.

In un angolo della mia stanza c’è
un morbido divano,
al quale ogni sera mi do
puntualmente
alla stess’ora,
per il mio terribile perché.
È l’ora della mano.
Quel divano è quello della mano.
M’abbraccia, m’affonda, m’assorbe,
mi fa nido, il mio divano,
ed io mi lascio andare
con trepidazione paurosa,
abitudinaria
aspettativa morbosa.
Da una certa sera
tutte le sere alla medesim’ora.

In questa stanza
vagola, brancola,
vive senza posa,
una mano che non si vede,
e che si posa solamente
quand’io sono disteso sul divano.
Enorme mano morbida,
fatalmente forzuta,
eppur voluttuosa.
Perché gira nella mia stanza?
Non m’à ancora
carezzato abbastanza?
Fu qui amputata a qualcuno
e vi rimase inoperosa
nella sua avidità di carezzare?
Mano fortissima
e insieme affettuosa,
mano che sa tanto bene carezzare,
che sembra quella d’un gigante buono
avvezza, per innata generosità,
alla più tenera carezza.

Avete mai pensato
alla dolcezza che può dare,
la carezza della mano
d’un gigante buono?
Quella mano che potrebbe stritolare,
e che invece vi accarezza.
E lo sapete bene
che basterebbe una stretta,
ma vi lasciate andare.

La mano m’accareza m’accarezza,
ed io mi lascio tutto andare
a tale ebbrezza.
Io sono in suo potere ormai;
ed essa mi liscia i capelli,
me li solca,
la fronte, le tempie,
le palpebre mi socchiude,
mi gira dietro il collo,
(io non ci vedo più)
mi palpa sulla nuca
pigiando come per cercare,
più forte, più forte,
m’afferra ad un tratto
per la pelle del collo
strettamente
come un povero gatto.
Io non vedo più la stanza,
non sento più il divano,
solo la stretta di quella mano
sopra il collo.
E ora mi porta via.
Lo so bene ormai
dov’essa mi conduce,
l’ò fatta tante volte
la sua via,
identica ogni sera.

È buio fuori,
sono accesi languenti lampioni,
le strade sono bagnate,
tutte infangate.
All’angolo del vicolo
brigate di lenoni,
puttane a brigate.
Eccoci nella tua via,
tra il bordello e l’osteria.
Pel vicolo oscuro
mi sento strofinare la terra,
sbattere il muso nel fango, nel muro.
Si passa la solita porta
della solita osteria,
il solito cancello
dello sganasciato solito bordello,
sempre lì mi conduci,
sudicia mano!
Fosti amputata, dimmi,
ad una gran puttana,
nella sala di questo castello?

Le puttane che aspettano, si sa,
alla vista del cliente
mi vengono incontro tutte contente.
-Buona sera biondino!
-Buona sera, eccoti qua!
-Come sei mingherlino!
-Non vieni mica qui per far camorra?
-Il giuoco di Lischino lo conosci?
-Devi aver poca borra!
Flaccide, seminude,
facendo ballonzare
con pesantezza
i seni cui ventri flosci,
mi ronzano attorno
quelle puttane;
ed io le sto a guardare
con compostezza.
-Sembri il bambin Gesù!
-Non vedete non ne può più.
Via, su ti riscaldiamo!
Mi spingono in mezzo a loro
sballottandomi,
cantano incoro come forsennate
il più osceno girotondo
a gambe spalancate,
e gridano sconciamente inebriate:
-Fatti sotto fatti sotto!
S’alzano tutte le sottane
quelle vecchie puttane disfatte.
-Fatti sotto fatti sotto!
-Ascoltate!
Io sono quel signore….
che vive in quel castello!
(mi ricordo non so come
in quel momento).
-Ahahahahahah!
-Lassù….
-Ahahahahahah!
-Quel signore….
-Dio!(non mi ricordo
più il nome!)
In quel castello….
-Ahahahahahah!
-Bello! Bello!
-Sei un povero matto, poverino!
-No, sono quel signore….
il nome…. il nome….
non lo ricordo più!
Chi mi ci à portato?
-Da te ci sei venuto!
-Musino da flanellista!
-Chi mi ci à portato?
-Il diavolo che ti riporti!
-La scusa l’ài trovata bella!
-È venuto a far flanella!
-È venuto a far flanella!
-Buttatelo giù dalle scale!
-Fuori fuori, è robbetta!
-È bene che si faccia male!
-Non sappiamo che farcene noi, di quei signori!
-L’ànno preso a civetta!
Mi gettano dalle scale,
infuriate le puttane,
e mi corrono dietro.
Quando mi sento andare,
e sono sull’orlo del precipizio,
la mano mi sostiene, mi sostiene.
E fuori mi gridano i lenoni
all’angolo sotto i languenti lampioni,
m’inseguono le puttane
come tanti cani.
Tutti mi gridano e m’insultano!
La mia carne lacerata,
in possesso della mano,
seguita ad essere sbatacchiata.

I miei occhi goccianti
lagrime verdi e rosse
non vedono più,
la mia bocca sanguina giù giù
sotto colpi di tosse.
Non odo più che lo scherno,
le grida di quella gente,
gli urli delle prostitute
e dei lenoni; tutti sono scappati fuori,
e m’inseguono, m’inseguono.

Ora la mano mi sottrae,
mi fa fuggire rapidamente
alle terribili ire
di tutta quella gente.
Intravedo la mia via
per la campagna,
mi par di sentire il mare,
intravedo il mio cancello,
l’ombra del mio castello
nella terribile agonia.
Penetrano l’unghie acutissime
dentro la mia nuca in brandelli,
(io non ò più la forza
di respirare,
lascio fare)
e l’unghie penetrando
s’aprono tutte le porte,
brandello per brandello,
dentro l’ultimo lembo del mio cervello:
ecco: la morte!
Io mi sento veramente morire.
La mano piano piano
m’adagia sul morbido divano.

M’alzo trasfigurato,
mi vado a guardare allo specchio,
la mia faccia è d’uno strano pallore,
sono vitrei i miei occhi.
La mia bocca serrata
è dissanguata.
Le mie narici spalancate
palpitano con affanno.
Ò sognato? No.
Non dormo, io sogno ogni sera,
tutto l’anno,
quella via,
per quella mano che m’avvolge
nelle dolci spire,
e mi trascina nel fango
per farmici morire.
Ma io la potrei fuggire tale mano.
Mi direte:
Bruciate quel divano!
A quell’ora che sapete
andate a passeggiare,
non vi ci dovete sdraiare,
in fondo voi soffrite, poveretto!
Cambiate la camera da letto.
È vero, è vero,
miei buoni, miei cari,
perdonate,
è…. come l’abitudine del male,
io non so rinunziare
quando mi sento accarezzare
da quella mano,
e mi lascio andare,
e so dove,
e fin dove.

Pensate, pensate
che disperazione
per uno come me,
dovere ogni sera lasciare
il mio bel castello
per andarmi a ingolfare
nelle sozzure
come l’uomo più volgare.
Tutte le sere sentirmi trascinare,
come un fanciullo
dal canto della sua nutrice
per tante porte d’oro
nel regno delle fate!
Quali sono le mie fate?
Quali sono le mie porte?
Dovere ogni sera provare
che cos’è la morte!

E ritornando nel mio bel castello,
temere d’incontrare
gli sguardi famigliari,
perché possono capire i miei cari
dove sono stato!
Certamente Cherubina ormai à capito,
mi guarda senza dirmi nulla
al mio ritorno, pensa:
che cattivo marito!
E Stellina, e Cometuzza,
mi guardano con occhio pio pio,
che mi dice assai bene:
dove sei stato,
fratellino mio?

Ciò che adorai della poesia quando la lessi, e ancora di più in questi giorni rileggendola, è tutta la situazione narrata e il modo in cui Palazzeschi delinea uno scorcio di sessualità in questi versi, come fa soltanto ne “le Beghine”5 altrove nella raccolta, mostrando dei tratti che definirei morbosi quando parla della mano e delle sue gestualità, che a me suggeriscono un incipit di masturbazione, che annebbia il poeta e lo trascina fuori casa,in mezzo ad alcool e puttane.
Il tutto è intriso di un gigantesco velo di religiosità, tanto nella descrizione del bordelle e delle sue abitanti quanto, soprattutto, nella figura della mano peccatrice e viziosa, biblicamente amputata, e di una nube di vergogna che attornia il poeta, la stessa vergogna che lo fa retrocede ne “le Beghine”, e che delinea questa fondamentale incoerenza nel rapporto con la mondanità che fa parte integrante del grande gioco e della grande scena in cui il poeta si muove.
Lo stesso modo sarà presente , in modo implicito giacché è stato qui esplicitato, nei successivi componimenti della raccolta.

L’ho definita un’altra poesia di mezzo per questo, perché così come fa “Lasciatemi Divertire!”, sebbene in modo meno vistoso, il componimento fa scorrere l’ecosistema narrativo, traslando alla scena successiva e introducendone i motivi ed i personaggi, ovvero Cherubina e Stellina e Cometuzza.

Fa questo mostrando la bivalenza emotiva del poeta, mentre si racconta nel suo rapporto con la mondanità, vissuta e detestata al contempo, in un processo di rovesciamento dei valori e connotati della società, come si vede poi appieno nei componimenti successivi come “Il Pranzo” e “Cherubina”.
E poi si chiude ne “La Visita di Mr. Chaff”, incontro-scontro che concretizza in dibattito e presentazioni il Palazzeschi anti-borghese e poeta irriverente del gioco come risultato del grande processo evolutivo che è cristallizzato in tutta la raccolta.
Un processo che prende le mosse dal poeta che libera l’incendiario, per cui nutre una spaesata ammirazione, e prosegue nella grande metafora del sole, il quale è pallido e tubercoloso nella città del poeta, per poi passare, attraverso l’illuminazione di “Lasciatemi Divertire!”, al grande stravolgimento del castello del poeta, tramite cui si passa ad uno stravolgimento della società tutta.
Il risultato di questa trasformazione è un Palazzeschi sperimentatore e al’avanguardia, critico ma irriverente che scriverà “il Controdolore”, ma anche leggero e spensierato che darà, ancora prima, alle stampe “il Codice di Perelà”, assoluto capolavoro innovativo di quel periodo.

Vista la lunghezza del post eviterò di caricare miei pezzi questa volta, anche se l’ispirazione di Palazzeschi, essendo anche stata abbastanza giovanile, permea una certa parte della mia produzione, a volte più e a volte meno esplicitamente; Un componimento che mi sento di suggerire ins merito è la parte prima del “Paradosso Social-Mediatico”, le cui ispirazioni a questo punto lascio valutare al lettore.

  1. In realtà la particolarità dell’opera fa si che venga considerato tra i progenitori del cosiddetto “anti-romanzo”, in ogni caso rappresenta una lettura d’obbligo per chiunque a parer mio, uno dei più bei libri del secolo scorso. 

  2. Non è infatti da dimenticare la precedente attività di Palazzeschi proprio nel numero dei crepuscolari, tra i quali Sergio Corazzini resterà amico di penna fino alla sua morte, dopo la positiva recensione de “i Cavalli Bianchi”, la prima raccolta del poeta. 

  3. Caso quest’ultimo che a me personalmente pare piuttosto credibile e che darebbe a tutto il senso della poesia e alla dedica che essa contiene una tanto più forte connotazione; Darebbe inoltre un enorme significato al fatto che marinetti, dopo la prima ristampa del 1913, non riproporrà la poesia per intero in nessuna successiva collezione di opere, come volesse significare l’allontanamento dal mito marinettiano cui è dedicata(?).
    Queste, ovviamente sono solo supposizioni. 

  4. Il nome che infatti Palazzeschi mette come editore delle sue prime due raccolte, “i Cavalli Bianchi” e “Lanterna”, è Cesare Blanc, il nome del suo gatto, cui accosta la via fittizia di “Via Calimala 2, Firenze”. 

  5. Poesia questa che ho apprezzato molto più profondamente rileggendola recentemente, rappresenta una carica espressiva detonante, soprattutto con riguardo alla precedente attività nel mondo crepuscolare, di cui riprende immagini e suggestioni, ma massacrandole e violentandole nelle strofe, in un moto da un lato quasi sadico, dall’altro quasi intriso di vergogna; la parola d’ordine anche qui è “morboso”.