Corazzini 1904-1905 2, "l'Amaro Calice"

21 May 2021 - MDA DS

Torniamo a parlare di Corazzini con questo secondo post della serie; Parleremo nellop specifico de “l’Amaro Calice”.

Rispetto alla precedente “Dolcezze”, questa raccolta è più breve: solo 10 componimenti in totale, di cui 5 sonetti (di cui uno in alessandrini), due corone di sonetti (di cui una atipica), un componimento in quartine e due di struttura irregolare.
Ciò che si nota subito è la netta predominanza del sonetto, non solo perché ricorre nella gran maggioranza delle poesie, ma anche perché ne sono ravvisabili echi anche dove non è presente direttamente; Sembra in effetti essere proprio il sonetto il pilastro portante, da un punto di vista strutturale, della raccolta.

Questo concetto si può spiegare guardando più da vicino le digressioni che l’autore fa da questa struttura, che di per se dà una fortissima accezione di tradizionalità e regolarità alla raccolta, già dagli esempi più moderati e immediati, ovvero le quartine di “rime del cuore morto” che ne riducono la portata ritmica all’unità della quartina ben rimata, risuonando quasi come un eco tematico costante del precedente “invito”, come anche gli alessandrini di “il cuore e la pioggia”, che nonostante il rigore strutturale demoliscono invece la ritmicità fondamentale del sonetto tradizionale endecasillabico.
Ma soprattutto la pregnanza del sonetto si rivela appieno negli echi ben più latenti che lascia in componimenti come “toblack” I, in cui volendo andare oltre al numero dei versi (ovviamente 14) e all’uniformità di endecasillabi troviamo una perfetta quartina fondamentale, leggermente frammentata, nei vv. 4-6+9:

deserti, qualche piccola fontana
che piange un pianto eternamente uguale
al passare di ogni funerale,
[…]
angoscioso rintocco di campana

entro cui si trova condensata la sostanza del componimento e della sua atmosfera.
Ancora in “a Carlo Simoneschi” prendono di peso un maggior significato le rime e le suggestioni dei versi, che assumono lentamente la forma di quartine e terzine reimpastate e esplose da un attacco di ansiosa follia che ha scagliato quella perfetta terzina echeggiata in chiusura (da quei versi che sarebbero il 15 e 16 ma che non hanno una esistenza propria se non come echeggiato residuo della terzina iniziale) a inizio componimento. Per finire assume forte valore in questo senso “la chiesa venne riconsacrata…” che con le sue quartine rimate e sillabicamente non uniformi inserisce dei veri e propri momenti di lucidità metrica entro delle strofe che invece tendono al dissolvimento strutturale, salvaguardato a ben vedere da importanti, seppure irregolari, echi rimici. E’ forse in questo che la struttura-sonetto mostra la sua valenza interna all’opera, crea uno standard di giudizio, un discriminante poetico da cui, variabilmente, sulla base dei momenti narrativi per cui questo discriminante, traslato anche dove non è rispettato, dà una maggiore vitalità alla licenza, rendendola un ben più potente momento espressivo e di abbandono dell’anima, che a turno prende le sembianze di un cedimento nervoso o di un trasporto verso fuggevoli distrazioni.

A questa tendenza va accostata una evidente maturazione retorica rispetto a “Dolcezze”; Intendo dire che, sebbene gli espedienti usati siano molto simili (quindi ripetizioni, rime interne e imperfette, enjambements, importanti sinalefi e dialefi), suonano spesso più naturali e meglio gestiti, mancano fondamentalmente dominanze nettissime di una figura o l’altra o un calco troppo pesante.
In questo senso il loro uso complessivo appare più elegante e maturo, evitando quel vago sentore di eccesso quasi scolastico che si poteva percepire a volte in “Dolcezze”, facendo spiccare in particolar mododeterminate ricercatezze piazzate a puntino come possono essere in “cappella in campagna” i vv. 6-7:

due ceri gialli, senza fiamma, a i lati,
due ceri senza fiamma, inanimati,

in cui le parti di verso non ripetute sono profondamente assonanti (sorvolando “a i” in eccesso, d’altronde compressa in sinalefi), rendendo i due versi equivalenti in modo molto profondo; ancora in “sonetto d’autunno” vv. 1-2:

Foglie e speranze senza tregua, foglie
e speranze; non hanno rami e cuori

La ripetizione “foglie e speranze” che si spacca tra un verso e l’altro enfatizza terribilmente il presagito significato funereo.
Altro esempio il terzo verso delle quartine di “isola dei morti”:

il tragico fanale della Morte
[…]
ove già tante creature morte

che mostra una ripetizione in cui cambia il valore logico del termine morte (sostantivo prima e aggettivo dopo).

Questa retorica più controllata e, conseguentemente, espressiva, insieme alla suddetta regola/anti-regola che sottende la struttura, definiscono eloquentemente la portata fondamentale di “l’Amaro Calice” nell’ambito delle prime produzioni di Corazzini e dello sviluppo di una sua poetica; In particolare i momenti, per così dire, più sperimentali della raccolta, che sviluppano entro i ben definiti recinti metrici e li rivoltano, piombano il lettore in momenti di caos metrico che, tuttavia, crescono in modo troppo graduale ed organico per risultare disturbanti.
Il momento tra questi più importante è chiaramente “la chiesa venne riconsacrata…”, che assurge a poderoso manifesto del crepuscolarismo Corazziniano (e qui la dedica a Govoni dovrebbe lasciare pochi dubbi)1; importantissimi sono altresì “Toblack”, in particolare I per il discorso che stiamo facendo, e “a Carlo Simoneschi”.

Questa dinamica fondamentale della raccolta, che sfocia evidentemente in moti organicisti, fa uscire fuori un complesso di immagini e significati in superficie molto simili a quelli di “Dolcezze” (sono ovvie le analogie semantiche), ma scossi da una profondissima evoluzione che può essere sintetizzata nel distacco dall’elemento naturale, che pure era tanto potente e pervasivo nella raccolta precedente, che qui cessa di essere predominante, anzi diventa dichiaratamente lontano ed estraneo.
La dichiarazione esatta di questa tendenza è in “sonetto d’autunno”, che si contrappone ai precedenti “ballata della primavera” e “giardini” (entrambi in “dolcezze”); Se in queste la natura coi suoi cicli trasportava e influenzava il poeta, adesso questa influenza cessa: le foglie e le speranze, per usare le immagini di Corazzini, muoiono entrambe, ma mentre i rami si rinfoltiranno in primavera, il cuore resterà assopito nella morte:

E resta il cuore e resta il ramo: soli
sospiranti in un intimo richiamo
la rossa estate e il suo vivere corto.

Ma se tornino i buoni e dolci soli
primaverili, rinverranno il ramo
pien di speranza e il cuore, invece, morto.

E proprio questa differenza chiave è quella su cui si erge il nuovo scenario macabro de “l’Amaro Calice”; Gli sampi spazi tematici che si sono svuotati si riempiono di edifici nuovi, colti nel loro momento più dissacrato: gli ospedali intrisi di morte in “Toblack” fanno a gara con la chiesa che abbraccia nel suo vuoto il frate suicida di “la chiesa venne riconsacrata…”, ben lontana dalla quieta sacralità delle chiese di “Dolcezze”. La disperazione e la tristezza hanno rotto le barriere di malinconica contemplazione e si sono impadronite dell’autore, che piomba in baratri di vero e proprio orrore e, in quei fugaci momenti di disincanto metrico, smette genuinamente di essere poeta e si ricorda vittima consumata di queste tensioni.

E’ un’interpretazione di questo tipo delle derive de “l’Amaro Calice” che ci accompagna attraverso una presa di coscienza in chiave organicista e urbanizzante, sebbene in modo mortifero e terribile, che è inedita rispetto al Corazzini precedente, e strizza l’occhio al simbolismo francese.
E’ alla luce di questa narrazione, infatti, che le chiare influenze simboliste de “l’Aureole” diventano meno stupefacenti.
Ne parleremo nell’ultimo post di questa serie.

  1. In merito ho intenzione di fare un approfondimento dedicatop proprio a tale componimento, in modo da potermici soffermare degnamente.