Canti da Castelvecchio 1: "La Poesia"

24 Nov 2021 - MDA DS

Come avevo in programma da molto, mi sto dedicando, negli spazi tra lavoro e studio, ai “canti di castelvecchio” di Giovanni Pascoli.

Già da quando ho iniziato la raccolta era chiaro che avrei dovuto dedicargli qualche articolo, pertanto l’incognita era solo nella modalità e alla fine ho deciso, piuttosto che un singolo post sull’intera opera, che sarebbe risultato lungo e probabilmente complicato, di fare una serie in cui, zoomando ogni volta su un singolo pezzo della raccolta, avrei potuto meglio evidenziare tanto la particolarità quanto le generalità.

E come prima poesia da analizzare l’ovvia scelta è stata “la poesia”, notevolissima lirica che apre la raccolta.
Penso che se la prima poesia che qualcuno dovesse leggere di Pascoli fosse questa resterebbe soddisfatto e sorpreso insieme, perchè troverebbe la cura e sapienza poetica che sicuramente si aspettava, ma anche una notevole libertà ed ampio respiro che forse, invece, non si sarebbe aspettato da un classico di questa portata, vecchio ormai più di cento anni.
Di seguito il testo:

I

Io sono una lampada ch’arda
soave!
la lampada, forse, che guarda,
pendendo alla fumida trave,
la veglia che fila;       5

e ascolta novelle e ragioni
da bocche
celate nell’ombra, ai cantoni,
là dietro le soffici ròcche
che albeggiano in fila:       10

ragioni, novelle e saluti
d’amore, all’orecchio, confusi:
gli assidui bisbigli perduti
nel sibilo assiduo dei fusi;
le vecchie parole sentire       15
da presso con palpiti nuovi,
tra il sordo rimastico mite
dei bovi

II

la lampada, forse, che a cena
raduna;      20
che sboccia sul bianco, e serena
su l’ampia tovaglia sta, luna
su prato di neve;

e arride al giocondo convito;
poi cenna,      25
d’un tratto, ad un piccolo dito,
là, nero tutt’or della penna
che corre e che beve:

ma lascia nell’ombra, alla mensa,
la madre, nel tempo ch’esplora      30
la figlia più grande che pensa
guardando il mio raggio d’aurora:
rapita nell’aurea mia fiamma
non sente lo sguardo tuo vano;
già fugge, è già, povera mamma,      35
lontano!

III

se già non la lampada io sia,
che oscilla
davanti a una dolce Maria,
vivendo dell’umile stilla       40
di cento capanne:

raccolgo l’uguale tributo
d’ulivo
da tutta la villa, e il saluto
del colle sassoso e del rivo       45
sonante di canne:

e incende, il mio raggio, di sera,
tra l’ombra di mesta viola,
nel ciglio che prega e dispera,
la povera lagrima sola;       50
e muore nei lucidi albori,
tremando, il mio pallido raggio,
tra cori di vergini e fiori
di maggio:

IV

o quella, velata, che al fianco       55
t’addita
la donna più bianca del bianco
lenzuolo, che in grembo, assopita,
matura il tuo seme;

o quella che irraggia una cuna      60
- la barca
che, alzando il fanal di fortuna,
nel mare dell’essere varca,
si dondola, e geme -

o quella che illumina tacita       65
tombe profonde - con visi
scarniti di vecchi; tenaci
di vergini bionde sorrisi;
tua madre!… nell’ombra senz’ore,
per te, dal suo triste riposo,       70
congiunge le mani al suo cuore
già ròso! -

V

Io sono la lampada ch’arde
soave!
nell’ore più sole e più tarde,       75
nell’ombra più mesta, più grave,
più buona, o fratello!

Ch’io penda sul capo a fanciulla
che pensa,
su madre che prega, su culla       80
che piange, su garrula mensa,
su tacito avello;

lontano risplende l’ardore
mio casto all’errante che trita
notturno, piangendo nel cuore,       85
la pallida via della vita:
s’arresta; ma vede il mio raggio,
che gli arde nell’anima blando:
riprende l’oscuro viaggio
cantando.       90

Cominciamo dando uno sguardo alla struttura del testo, cercando di coglierne alcuni tratti che sono, se non programmatici, ricorrenti in tutta l’opera:
Ci troviamo di fronte ad una poesia in cinque parti, ognuna composta da 5+5+8 versi che seguono regolarmente lo schema 9-3-9-9-6/9-3-9-9-6/9-9-9-9-9-9-9-3.
Una prima nota strutturale importante è proprio questa ridondanza di versi multipli di tre, che ritroviamo spesso lungo tutti i “canti di castelvecchio” in una delle due forme qui presenti (novenari inframezzati e chiusi da senari o ternari, novenari fissi solo chiusi da ternari o senari), che rappresentano uno scheletro molto musicale per il componimento.
Su questo scheletro i muscoli, per mantenere l’analogia, sono chiaramente i novenari, versi molto ricorrenti che, se non compaiono come più numerosi in assoluto nel libro1, hanno in ogni caso un ruolo di spicco in quanto sono quelli che amalgamano i cambi nel numero di sillabe, come nelle scale di ottonari-novenari-decasillabi, oppure fanno da standard sul quale si confrontano ternari e senari, che prendono il senso come di troncature o prese di respiro e difatti cadono molto facilmente in chiusura di strofa, dove la loro “irregolarità” spicca.

Altro discorso va fatto per lo schema rimico, assolutamente rigido in tutta la raccolta2 e quasi sempre alternato, con eccezioni di schemi incrociati, con ricorrenti rime interstrofa isolate in punta di strofa, scelta che contribuisce anch’essa a dare spicco a quella parte di componimento.

Questo sguardo all’anatomia del testo non è chiaramente fine a se stesso, serve innanzitutto a notare uno dei due fattori decisivi nella produzione del ritmo e della musicalità pascoliani entro le pagine di questa specifica raccolta: questa rigidità strutturale disciolta nella leggerezza con cui l’autore è capace a manipolare la metrica e le forme crea una rigidità spensierata che impone un ritmo ed un andamento senza farlo effettivamente pesare, verità che assume sempre più corpo passando da un componimento all’altro, in quanto nell’accostarsi non sono mai troppo uguali.

Il secondo elemento chiave è invece una questione di registro linguistico e campi semantici: è sicuramente banale notare la ricchezza di motivi umili e di campagna, così come l’uso, non tanto in questo componimento ma abbondantemente in altri, di termini dialettali (avremo modo di parlarne) o colloquiali, ma è altrettanto necessario notare le accentuate uscite pregevoli e solenni, specialmente in questo componimento; I colpetti di alta poetica che Pascoli sa far risaltare nell’atmosfera di maggior colloquialità e ingenuità fanciullesca che, dopotutto, egli stesso si costruisce.
In tal senso questa poesia è emblematica e così come ci troviamo davanti ad un letto di rassicuranti novenari con accentuazione di 2, 5 e 8, risaltano accentazioni qua e la un po’ fuori posto, che rafforzano l’enunciazione di passaggi particolari e inaspriscono, de-levigano per così dire, la metrica scritta; un esempio nell’accento di 1a, che non esclude l’usuale di 2a, nel verso 9 o ancora in quello di 7a, ancora affiancato a quelli di 5a ed 8a, nel verso 22.
L’esempio principe di questa attività è nel verso 35, dove l’inusuale accentazione demolisce il consueto andamento ritmico e lo fa proprio in un momento semanticamente così importante!

Colpi di alta poetica, come dicevo, che si trovano su tutti i livelli di lettura tra metrica e senso del testo, per cui allontanandoci dallo studio così particolarmente strutturale troviamo forme retoricamente sorprendenti come la sorta di doppia climax della strofa finale della parte III (versi 47-54) in cui la narrazione procede discendentemente nella diminuzione della luce, ma i termini in punta dei versi procedono ascendentemente dalla “sera” “viola” ai “fiori / di maggio”.
Ancora il notevole gioco fonetico di “sss”, associato al sibilo, nel verso 14 e l’ancor più notevole verso 86 imperniato su assonanze e consonanze tanto forti da dare una suggestione di ripetizione (paLLiDa VIA DeLLa VItA).
Allontanandoci ulteriormente infine troviamo poi semplicemente immagini notevoli che si ergono un po’ al di sopra del registro che le circonda: ad esempio il lume che assume l’identità di una luna sopra la tovaglia bianca, come una distesa di neve, così pura e tuttavia desolata, o ancora l’accostamento della culla ad una barca in tempesta, che dà forse il senso della precarietà dell’esistenza così ingenuamente data per scontata e ignorata nelle sue sottili sfumature (tema proprio de “il ciocco”, già citata).

Mettendo quindi insieme una metrica leggera ma potente ed un registro dolce, comprensibile, umano, in cui risaltano momenti poetici come gocce di rugiada si va a erigere l’edificio Pascoliano de “la poesia”, ma anche in parte dell’opera tutta.

Volendoci spostare poi sul piano del significato del componimento troviamo una ratio molto forte: l’unità narrativa è certamente una caratteristica della raccolta, sebbene con alti e bassi, ma assume ne “la poesia” un rilievo particolare che ritroviamo forse in altri componimenti particolarmente lunghi.
Le varie componenti della lirica presentano varie situazioni legate da una discorsività ben precisa e comprensibile che si richiude nella parte finale; La poetica si incarna nel lume timido ma intrinsecamente salvifico che accompagna tutte le fasi dell’esistenza: il lavoro, espresso nella sua accezione più colloquiale e paesana della vecchia che fila sullo scenario di vita campestre, la vita sociale e conviviale, la vita religiosa e interiore, l’intimità del ciclo della vita.
Il filo conduttore c’è nel modo in cui queste situazioni e fasi della vita umana sono vissute, ovvero nell’ombra della solitudine e della morte, quelle ombre che proprio il lume della poesia rischiara timidamente, quel tanto che basta per renderle sopportabili.

Di fronte a questi scenari la poesia emerge ambivalente come scelta e necessità di vita, l’unica luce che può rischiarare un poco il cammino “all’errante che trita […] / la pallida via della vita”, che lo fa immancabilmente “piangendo nel cuore”, che irrimediabilmente prima o poi “s’arresta”, ma che allo stesso modo, sorretto da questo lume, riparte, per quel cammino oscuro esattamente come prima, e lo fa cantando, come cantavano i poeti classici3.
Il messaggio più ovvio che l’autore dà innanzitutto su se stesso, poichè non si parla semplicemente della poesia ma di come, ovviamwnte, egli viva la sua poesia, è il fatto che essa non possa salvarti dalla malinconia e oscurità della vita, si tratta di una luce si, ma comunque modesta, sufficiente solo a proseguire il cammino.
Il messaggio meno diretto è quello che ci sia un cammino e che, una volta imboccato attraverso la via della poesia, questa sia una scelta di vita, insufficiente a evitarne le difficoltà ma sufficiente a superarle, suggestione che ci permette di vedere anche l’aspetto di Pascoli più pertinente alla concezione del poeta-vate che permea la stagione post-Carducciana, in termini non così esuberanti come quelli D’Annunziani ma almeno altrettanto influenti.

Chiudo segnalando all’attenzione due passi specifici che penso meritino attenzione particolare da parte del lettore:

Detto ciò rimando al prossimo post sui “Canti di Castelvecchio”: si parlerà di un altro componimento della raccolta, ma non anticipo nulla.

  1. Anche se, pur non avendoli contati, credo siano comunque in maggioranza. 

  2. Fanno eccezione forse solo gli endecasillabi sciolti de “Il Ciocco”, componimento importantissimo nello sviluppo del successivo verso libero italiano e di cui spero di aver modo di parlare. 

  3. Faccio riferimento chiaramente al verbo latino “cano”.