Ungaretti, un approfondimento: Chiaroscuro

27 Jun 2023 - MDA DS

Procediamo, come anticipato, col primo post di approfondimento su “L’Allegria” di Giuseppe Ungaretti.
La poesia che analizzeremo è “Chiaroscuro”, ultimo componimento della prima sezione della raccolta, ovvero “Ultime”. Di seguito, per iniziare, il testo:

Anche le tombe sono scomparse

Spazio nero infinito calato
da questo balcone
al cimitero

Mi è venuto a ritrovare       5
il mio compagno arabo
che s’è ucciso l’altra sera

Rifà giorno

Tornano le tombe
appiattate nel verde tetro       10
delle ultime oscurità
nel verde torbido
del primo chiaro

Innanzitutto è evidente una divisione del componimento in due parti, una ambientata di notte ed una ambientata nel seguente giorno.
Il verso che scandisce questa rottura è l’ottavo, un quaternario che è anche verso minimo della poesia; dimezzato rispetto al precedente ed isolato in strofa a se stante suona come netto e, appunto, punto di rottura.

Nella prima parte c’è un tema ricorrente della raccolta, ovvero quello delle tombe che scompaioni, sotto la luce estrema del sole o per l’oscurità.
In questo caso la notte profonda pare risucchiarle, nascondendole inevitabilmente alla vista.
È un’immagine estremamente potente, le tombe rappresentano tutto: il posto simbolicamente di ritrovo della civiltà, degli uomini, il contenitore di ciò che è proprio alla cultura comune, gli avi; In un certo senso una concezione simile a quella del Foscolo dei sepolcri dettata peraltro da un simile senso di appartenenza, che in Ungaretti si scontra necessariamente col senso di estraneità.

L’attacco è quindi fondamentale, dà il senso emotivo del componimento, o almeno di questa parte di componimento, crea lo stato d’animo.
Prosegue con un altro verso, ed entrambi sono decasillabi, il che crea un flow naturale delle strofe, altrimenti separate.
È questo un espediente che appare spesso in “L’Allegria”, addolcisce gli stacchi strofici frequenti laddove è necessario mantenere una cerca continuità.
Va da se che questa interpretazione implica sinalefe tra “nero” ed “infinito”.

I due decasillabi si complementano laddove il primo compone lo stato emotivo, il secondo lo stato materiale, insieme producono l’atmosfera della narrazione.
I due versi seguenti, in climax metricamente discendente, ricompongono la scena riportandola in vita, delineano la linea di moto di queste sensazioni, tra il balcone e la finestra.
Quindi un momento fisso, uno stato d’animo, diventa comunicazione tra poeta e scena.

Stacco strofico, implicazione.
La sensazione, il modo in cui si rivela e comunica con l’autore, riconduce ad un collegamento, alla morte dell’amico.
Se nella strofa precedente il tempo è scandito dal moto, dalla comunicazione, qui il tempo si incrosta e sparisce, metricamente e dal punto di vista narrativo; in un attimo, il tempo di tre ottave, “Rifà giorno”.

Alla climax discendente si contrappone un trittico di ottave (il centrale è un settenario sdrucciolo per l’esatezza), uniformità, appiattimento nel mondo onitrico-nostalgico, i vv. 5-6 danno una sensazione piacevole, quella del dialogo, del passare il tempo con l’amico, ma il v. 7 immediatamente ribalta tutto in senso macabro e straziante.
In questa interpretazione è da intendersi sinalefi sul v. 5, a rafforzare questa interpretazione è il senso di discorsività e naturalezza che danno: a metà tra sogno e veglia il poeta dialoga a tutti gli effetti con l’amico, uno stato di profonda discesa emotiva causato dallo scenario delle tombe.
Simbolicamente con le tombe sparisce anche quella linea tra vita e morte, un pericoloso momento di appiattimento dei due mondi, forse una suggestione di suicidio, che è d’altronde ciò che porta via Mohammed Sceab.

Quindi il momento complesso e terribile della notte è teoricamente finito e tornano le tombe.
Tuttavia questa realtà risulta stanca, deludente, marcia.
Quel misto di verde torbido e tetro appiattisce la scena, si perde la tridimensionalità che invece paradossalmente c’era in mezzo al buio (quel “nero” è pur tuttavia uno “spazio […] infinito”).
È questo anche un momento di passaggio? Forse, tra ultima oscurità e primo chiaro.

La costituzione metrica della strofa rinforza questa sensazione di inconcluso e dissestato: se riportiamo il termine “appiattate” al verso sopra, eliminando questa suggestione di enjambement tra sostantivo ed aggettivo, otteniamo due coppie novenario+quinario; Considerando sinalefe tra tombe e appiattate, adeguata ad esprimere lo schiacciamento percepibile nel panorama, e dialefi su tutto il v. 11, che rendono il verso singhiozzante, strozzato, difficile da seguire, come il dissolversi del buio, si ottiene un risultato completo e coinvolgente a tutto tondo.
Invece abbiamo una coppia senario+novenario, cui segue una coppia novenario+quinario(sdrucciolo), un certo capogiro e ribaltamento, una corrispondenza imperfetta; Questo tipo di corrispondenza metrica approssimativa (per sdrucciolo/tronco) la ritroviamo molte volte nella raccolta ed è una caratteristica che rende questo testo esemplare per una importante fetta di scena poetica italiana successiva.

Qui lo sdrucciolo gioca inoltre un ruolo simile al settenario del v. 6: rallenta la conclusione, allunga il respiro tra il penultimo e l’ultimo verso di quella porzione di testo.
Simmetria che enfatizza fra l’altro la suddivisione del testo in due parti, intuizione da cui siamo partiti.

Una nota colorata: questa corrispondenza e contrapposizione tra notte e giorno, sogno e realtà, mi riporta alla mente la poesia “ride la gazza, nera sugli aranci” di Quasimodo,di cui mi occupai all’esame di maturità.
Penso che il parallelismo, con tutte le componenti del caso, le differenze notevoli tra le due produzioni, abbia comunque una certa sensibilità nel notare come una certa impostazione emotiva di Ungaretti possa aver avuto respiro molto ampio in termini letterari.