riflessioni su "I Novissimi"

05 Mar 2021 - MDA DS

Finalmetne dopo tanto tribolareriesco a scrivere questo post su “I Novissimi”.

si tratta di una raccolta di brani, scritti prevalentemente nei tardi anni ‘50, ma indirizzati, nelle intenzioni, agli anni ‘60 su cui il libro, cronologicamente, si affaccia.
Le motivazioni di questa intestazione introducono una seconda identità dell’opera, che fa capolino dietro la maschera di raccolta di poesie, quella di manifesto in incognito e implicitato1.

Sono i fatti esposti nel precedente paragrafo che mi forzano la mano e costringono, prima di parlare de “I Novissimi”, a parlare dei novissimi.
La raccolta comprende brani di (in ordine di presentazione) Elio Pagliarini, Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini e Antonio Porta, autori che appaiono immediatamente peculiari e particolari, ma accomunati in certo modo dalle intenzioni e da una sensibilità che va delineandosi e costituirà il fondamento del seguente gruppo 63.

Queste intenzioni e sensibilità trasudano dall’introduzione di Giuliani in termini di:

E’ in questo anche che penso vada riconosciuto un aspetto importante del fenomeno “I Novissimi”, ovvero un certo accademismo implicito, una poesia che è fatta in quanto vissuta e vissuta in quanto fatta, da personaggi tutti intimamente inseriti nel mondo editoriale o della letteratura, che tuttavia svhiva una reale accusa di accademismo in quanto ambisce a rappresentare un mondo linguistico «schizomorfo» che ripudia automaticamente la cementificazione de linguaggio e della sensibilità.

Tutto ciò viene presentato come una esperienza ben definita e circostanziata intorno ai cinque autori, tuttavia ambisce dichiaratamente ad espandersi, ponendosi come punto di rottura col passato e come esempio ed ispirazione per il futuro.
Dal canto mio ho trovato estremamente interessante l’esperienza tutta, dalle poesie agli scritti teorici, e mi sono attivato già per fare incetta di altre opere, così da ampliare i miei orizzonti in merito, oltre che a provare a sperimentare stilisticamente.

Vediamo ora più nel dettaglio i singoli autori che compongono “I Novissimi” e alcuni stralci, in quanto esemplificatori dell’autore o semplicemente perché mi hanno colpito particolarmente, nel farlo seguo l’ordine dell’opera:

Elio Pagliarini

Elio Pagliarini apre la raccolta, come specificato da Giuliani in aperturra, per questioni puramente cronologiche.
Le caratteristiche che mi sembrano fondamentali nella sua opera come rappresentata dal libro sono principalmente due:

Queste caratteristiche traspaiono perfettamente ne “La Ragazza Carla”, tuttavia mi sono procurato il libro e ho intenzione di parlarne in un post futuro, limitandomi quindi a rimandarne l’analisi e a riportare qui una poesia che fra le altre mi ha colpito molto:

I Goliardi delle Serali

I goliardi delle serali in questa nebbia
hanno voglia di scherzare: non è ancora mezzanotte
e sono appena usciti da scuola
      «Le cose nuove e belle
che ho appreso quest’anno» è l’ultimo tema da fare,
ma loro non si dano pensiero, vogliono sempre scherzare.

Perché il vigile non interviene, che cosa ci sta a fare?

E’ vero però che le voci sono fioche e diverse, querule anche nel riso,
o gravi, o incerte, in formazione e in trasformazione,
disparate, discordi, in stridente contrasto accomunate
senza ragione senza necessità senza giustificazione,
ma come per il buio e il neon è la nebbia che abbraccia affratella assorbe inghiotte
e fa un minestrone
   e loro ci sguazzano dentro, sguaiati e contenti
-io attesto il miglior portamento dei due allievi sergenti,
il calvo in ispecie, che se capisce poco ha una forza di volontà
militare, e forse ha già preso il filobus.

Quanta pienezza di vita e ricchezza di esperienze!
 di giorno il lavoro, la scuola di sera, di notte schiamazzi
(chi sa due lingue vive due vite)
 di giorno il lavoro la scuola di sera - non tutti la notte però fanno i compiti
e non imparano le poesie a memoria, di notte preferiscono fare schiamazzi
nascondere il righello a una compagna
      e non fanno i compiti
-ma non c’è nessuno che bigi la scuola
        sono avari
tutti avari di già, e sanno che costa denari denari.

L’opera presenta gli studenti delle serali, che si presentano come una mescolanza, per certi versi quasi cacofonica, di aspetti giovanili ed infantili ed aspetti adulti, che si fondono nel folto di una nebbia di buio e neon, scena terribilmente urbana ed elettricamente carica, che muta subito in una minestra, immagine invece familiare e tranquillizzante; ossimoro che incornicia la natura polimorfa ed incoerente del soggetto, che tuttavia non sfugge infine alla crudezza della realtà: la scuola «costa denari denari», formula sorprendentemente ttragicomiuca!

Alfredo Giuliani

Giuliani è decisamente l’autore che ho avuto più difficoltà a capire: in parte forse perché meno nelle mie corde complessivamente, in parte sicuramente perché i suoi componimenti sono i più variegati, rendendomi difficile estrapolare coerentemente un’opinione.

Il dato che meglio si evince dalle sue poesie è, ed egli stesso lo dice in qualche modo in introduzione («il tema è la vita […] depurata dall’ovvietà, non dalle sue implicazioni tragiche»), quello che ho esplicitato nella lista iniziale come «riduzione dell’io», che qui risulta come una dettagliata descrizione di cose ed aspetti, fondamentalmente esteriori all’autore, ma che nel loro intrecciarsi delineano una interiorità che si fa fondamentale senza bisogno di farsi protagonista («io non voglio esprimere il «me stesso», ma l’esperienza che il «me stesso» fa»).
Nelle due frasi «l’esperienza non è risultato, è biografia della coscienza» e «far diventare i pensieri visibili come cose, non quali argomenti» penso stia il succo della poetica di Giuliani come appare ne “I Novissimi”.

Queste tendenze le ritrovo nella seguente:

Prosa

Bisogna avvertirli Les essuie-mains ne doivent servir qu’à s’essuyer
les maines Non sputate sul pavimento Uscita, son tutti uguali, falsissimo,
se ne sentono tante, fenomeno facile da spiegare, lascia un’idea (nitrito)
di esaltata padronanza, ma sai che poi svanisce, è bene o male?, la flussione
particolarmente intensa delle regole elementari, la prescrizione è contenuta
nel prodotto (è un nitrito, potrebbe essere), se ne sta ai giardini a leggere
l’Ordine Pubblico o il Cavallo. Inutile lamentarsi. Avrà la pensione,
di fatto le teorie deduttive sono sistemi ipotetici… Il pleut… cette
proposition est vraie ou frasse suivant le temps qu’il fait. La figura siede
dolcemente astratta presso la fontana. E tu? me lo ripeto sempre.

in cui il verso lungo, al punto da apparire virtualmente ininterrotto, rappresenta il flusso di pensieri (penso non sia assolutamente azzardato guardare al modernismo e al suo flusso di coscienza) che salta in modo apparentemente casuale tra diversi argomenti, che si mostrano al lettore attraverso immagini materiali che di conseguenza materializzano gli stessi pensieri in modo allo stesso tempo sconnesso ed intimamente collegato.
Tuttavia anche la seguente è molto interessante, oltre ad essere quella che mi è piaciuta di più del repertorio di Giuliani:

Il Vecchio

Spenta l’imminenza, l’ombra che sale riconosce.
Il più terribile fuoco è adolescenza sui vetri,
caldo getto dei rami nella stanza sognata di fresco.
Il farnetico sciala di queste minuzie invase.

Barcolla nella ruota che invecchia l’aria,
velocemente, i polsi lenti incespicano
nel passo della gru, lo scampanio scivola
sulla volta dei carpini in fondo al parco.

I nani intagliati nella pietra non sono
più bizzarri del cane buono figlio dell’uomo.
Il padrone è triste, tira al bersaglio, stecca,
rigano le biglie invisibili il prato che abbaglia.

Frenesia degli usignoli! Nessuno sa compatire,
e tu vaneggi, minacci, la misura sùbito colma.
Siamo davvero pazzi di paura. Se il cielo esagera,
sottrai la gabbia alla plumbea alleanza.

Cicli s’annientano contro una ragione ostile.
Evadi, pensa la luna che si strofina il dorso
ai ruscelli primaverili. In Cina, sai, i cani,
è quasi l’ora di cena, si, li frollano vivi.

La poesia pare strutturata come una discesa nell’abisso, nell’appiattimento delle tensioni, laddove tutto ciò che appare vitale pare proiettato all’esterno del raggio d’azione del soggetto.
A questa tendenza si oppone repentinamente la figura del cane in parte attivamente, la sua presenza si staglia materialmente tra il vecchio, impossibilitato al moto, ed il mondo esterno, unica fonte di vita, ed in parte passivamente, oggetto delle tremanti e faticate attenzioni del padrone da «buono figlio dell’uomo», in un tentativo di auto-salvazione, passando attraverso l’immagine del cane come «prato che abbaia», su cui le dita-biglie del vecchio «steccano», fanno cilecca.
Questo processo di salvazione è tuttavia destinato a fallire, mentre l’animale, rimasto intrappolato nell’atmosfera funebre sovrastata dallo scampanio e dalle sue suggestioni, è condannato a soffocare nelle stesse paure irrazionali che ormai pervadono l’uomo, suo creatore e ora distruttore: «In Cina […] i cani […] li frollano vivi».

Edoardo Sanguineti

Sanguineti mi risulta forse il più complicato da analizzare tra i cinque.
Anche per questo mi riservo un’analisi più approfondita e dedicata in futuro, dopo aver letto qualche sua opera completa, che comunque ho già acquistato.

Detto ciò mi pare che le sue opere rispondano stilisticamente a modalità simili a quelle in “Prosa” di Giuliani: versi lunghi che creano una virtuale unità dialogativa; questi, per come sono costruiti, danno un senso senso di nevrosi, e di nevrosi parla lo stesso Sanguineti in una analisi (principalmente del “Laborintus”) a fine libro: una nevrosi tuttavia storica che riflette sul lettore (nonché sull’autore) una nevrosi individuale.
Questo è fatto col più estremo multilinguismo, parola dello stesso Giuliani, tra frammenti in italiano, francese, inglese, latino e greco, riferimenti e inclusioni di pezzi di opere medioevali e moderne, la narrazione che salta e risalta avanti e indietrobin uno schizofrenico ballo verbale che, incredibilmente, risulta estremamente fluido e naturale alla lettura.

Lascio in merito la parte 2 da “Erotopaegnia”, senza fermarmici sopra in dettaglio (come ho già etto parlerò sicuramente di Sanguineti più approfonditamente in futuro), ma per dare un assaggio di ciò di cui parlo.
Si parla di un aborto:

quale raptus (cadde!) pustoloso apparve forse amore (τέχνον) involuta
(cerebrum); (fortitudo) lasciammo la città; (magro corpo!): «res quaedam»;
in telo pustolosa, ut dicunt MEDICI; quel giorno! di ottobre!(caloris!);
(e il quarantesimo giorno…): evacuatum; in acqua freda (frigida) evacuatum;
che con le pinze prese! (frigida regio); (MCCLVIII) livida! una grossa
formica; un verme; la cosa: avevamo noi (in farmacia) ottenuto; non comprende
(la cosa): sine phantasmate; ma quando vorrà, (con la mano…); quale rictus!,
eccessiva!, ex testiculo (MEDICUS loquitur); umidità (accennò) eccessiva,
destra, in principio: cottiledone debiles (provocatio) avevate ottenuto (spermatis)
liber IX, Q. 22: avevate ottenuto, e cadde; quale rictus! quale! de facili
provocationes (avevate ottenuto): de facili, τέχνη! ma il calore! ma (loquitur)
la regione! il vento! et abortiunt, amore; involuto: (e accennò con la mano):
e un verme quindi (con le pinze) prese; apparve in telo, pustoloso τέχνον,
«res quaedam», s’intende, quondam (ex testiculo dextro); (un verme avevamo
ottenuto…); et abortiunt, debiles; et evacuatum, cerebrum; inutilmente, quidem;
(nei giorni che seguirono si dimostrò inquieta, mesta): la cosa non ebbe nome.

Nanni Balestrini

Di Balestrini abbiamo già parlato in precedenza in questo post su “La Nuova Violenza Illustrata”.
E’ rassicurante il fatto che il grosso della mia analisi fatta in tale sede trovi riscontro nelle parole di Giuliani in introduzione: l’uso compulsivo di materiale esterno che, manipolato sapientemente e ricomposto, si fa poprtatore di altri e nuovi significati, eretti sulle ossa dei precedenti, in un processo che mi pare oggi azzeccato definire ecologico, nel senso che le particelle compositive vengono rimacinate in qualcosaltro di nuovo ed autonomo in cui tuttavia sopravvivono, trovando nuova ragione nel significare, materialmente, ciò che li sosttuisce.

Tanto meglio riesce a spiegare la sua poetica l’autore stesso a fine libro, affermando di cerecare di replicare l’effetto che si ha quando si nota «nello sclerotico e automatico abuso di frasi fatte e di espressioni convenzionali […] un improvviso scattare di impreveduti accostamenti, di ritmi inconsueti, di involontarie metafore».
Scopo di questa operazione è una fondamentale opposizione alla capacità del momento storico di appiattire ed assorbire al suo interno ogni rottura violenta, per cui l’unica operazione che resta possibile è quella di ispirarsi al linguaggio parlato, necessariamente approssimato e completamente immanente e immodificabile nei suoi prodotti, contrariamente al linguaggio scritto che sottostà alle regole della correzione e revisione.
Secondo questa visione si opera la suddetta manipolazione; Ne consegue «una poesia più vicina all’articolarsi dell’emozione […] che porta su di se i segni […] della fusione non completamente avvenuta con lo stato verbale» e delle strutture che «prolificano imprevedibilmente in direzioni inaspettate […] in una autentica avventura».

Riporto la prima da “corpi in moto e corpi in equilibrio”:

Avremmo potuto farne a meno,
gli alberi fanno troppo rumore,
ma cosa ci stanno a fare

i cavalli, ciascuno per suo conto
avremmo finito per perderci,
fare ritorno, fare

tutto quello che vuoi, certe
volte gli alberi riescono
a crescere in direzione del cielo

aspirando l’esplosione nell’istante
inatteso, aspettando che finisca
di piovere, ispirati dall’istinto

correndo da una parte all’altra
ispidi, istigati dall’isteria,
il cuore pieno di bottoni,

le dita immerse, anguiformi,
com’erano bbelle dalla barca,
soffiamoci sopra, fine.

Alla base del movimento della poesia sta l’ambiguità dei versi, che puntualmente sembrano riferirsi sia a ciò che viene prima che a ciò che viene dopo (ad esempio «ma cosa ci stano a fare», nella prima strofa, da l’idea di riferirsi agli alberi con cui condivide la strofa, ma invece le virgole lo associano ai cavalli, e subito «ciascuno per suo conto» fa lo stesso gioco), costituendo cardine di dinamicità nel passaggio tra le varie figure, che costituiscono un quadro estremamente precario di stimoli contraddittori.
Ad esempio il perno dinamico tra tutte queste immagini appaiono essere gli alberi che, contro il senso comune, si proiettano al cielo con una motilità e violenza insostenibili (addirittura «fanno troppo rumore») seppure intimamente e in modo rassicurante allacciati a terra («il cuore pieno di bottoni»), come non fosse altro che il riflesso mostruoso dentro un lago di una realtà appiattita e sbiadita, che da questa prospettiva invece prende vita, mentre l’autore e chi con lui osservano da una barca, percependola che sparisce sotto la più minima intromissione («soffiamoci sopra, fine.»).

Antonio Porta

Tra tutti quello che conoscevo meno, è anche quello che mi ha sorpreso di più; Sto ancora cercando di procurarmi qualche sua opera e spero di farcela, perché a livello di gusto personale Porta è stato davvero una scoperta.

Volendo ora dire qualcosa della sua poetica, la qualità più intima dello stile di Antonio Porta sta in un oggettivismo estremamente scenografico e granulare, basato sulla presentazione delle scene come collezioni di dettagli che alle volte danno il senso del fotogramma.
In questo senso risulta ovvio il confronto con Balestrini, praticato infatti da Giuliani in introduzione: laddove infatti Balestrini crea, come detto, un discorso di immagini, Porta è molto più istantaneo, ognuna delle immagini concorre alla composizione di una sorta di fotografia.
E’ strabiliante però notarecome questo metodo compositivo riesca ugualmente a dare un forte senso di dinamismo, seppure in modo diversissimo da Balestrini appunto, come se riuscisse a catturare il movimento nel suo compiersi istantaneo, permanente e permeante.

Questo sistema risulta a sua volta congeniale alla «riduzione dell’io» di cui si parlava in apertura; Come dice ancora Giuliani «Porta si confessa togliendosi di mezzo».
La qualità comunicativa cui l’autore perviene è a tratti sia giornalistica che suggestiva.

Vediamo qui la parte settima di “Europa Cavalca un Toro Nero”:

Con le mani la sorella egli
spinge sotto il letto. Un piede
slogato dondola di fuori.
Dalla trama delle calze sale
l’azzurro dell’asfissìa. Guarda,
strofina un fiammifero, incendia
i cappelli bagnati d’etere
luminoso. Le tende divampano
crepitando. Li scaglia nel fienile
il cuscino e la bottiglia di benzina.
Gli occhi crepano come uova.
Afferra la doppietta e spara
nella casa della madre. Gli occhi
sono funghi presi a pedate.
Mani affumicate e testa
grattugiata corre alla polveriera,
inciampa, nel cielo lentamente
s’innalza l’esplosione e i vetri
bruciano infranti d’un fuoco
giallo; abitanti immobili,
il capo basso, contano le formiche.

Si tratta di una sequenza dedicata a fatti di cronaca; Nel caso specifico di un massacro familiare, cui segue il dare alle fiamme il centro abitato, scena del crimine.
E’ evidente e chiara qui la trama fotografica della scena, la sequenza si lega e pare quasi contemporanea e compressa su se stessa nello svolgersi, la sensazione di asettismo quasi giornalistico accompagna perfettamente lo stile, senza però renderlo meno comunicativo e potente, come si vede da espressioni tipo «Afferra la doppietta e spara / nella casa della madre», in cui quest’ultimo termine da peso lapidario e quasi biblico rende di colpo il boccone difficilissimo da mandare giù.
Stupenda ed emblematica la conclusione «abitanti immobili / il capo basso, contano le formiche».

Interessante è anche «Contemplazioni», ad esempio la parte tre:

La carne si conserva in scatola.
Filacciosa si mescola con la spatola

e i polipi sfaldano con il coltello,
ruotano con misura in un macello

ristretto, rigurgiti ribollenti,
a pezzi si incagliano tra i denti.

D’olio l’indice si unge,
urta la latta si punge:

la carne marcisce in scatola,
vomito spalmato da una spatola

sopra uno stomaco preparato.

Qui la forma estremamente ordinata incornicia, in modo ossimorico, la scena che si sfalda e marcisce; Una scena chiusa e che racchiude, entro le due rime scatola-spatola, tutta l’immagine e il processo che racchiude e rappresenta.
I movimenti repentini e agitati di questi fotogrammi paiono associare il consumo del pasto, con i suoi scatti voraci e carnivori, ad una rivoltante scena del crimine.

Con Porta termina questa analisi, mai abbastanza esauriente, de “I Novissimi”, come ho detto assolutamente uno dei libri più suggestivi che mi capitano sotto mano da un po’ di tempo.
Così quindi ci salutiamo, almeno fino al prossimo post, spero presto.

  1. In merito, lo stesso Giuliani, curatore e co-autore, rifiuta l’etichetta di “manifesto” ed in effetti penso sarebbe non corretto interpretare la moltitudine di note ed analisi come un’intenzione di manifesto e non invece come una manifestazione di intenzioni, che accompagna per necessità l’operazione.